Ma che fastidio danno i piccoli produttori ?

In un mercato alimentare fatto di nicchie, si potrebbe pensare che ci sia posto anche  per le produzioni rurali, quelle ottenute con metodi naturali e artigianali

Volevamo riproporVi un “vecchio “ articolo  di Michele Corti pubblicato quasi 10 anni fa ma ancora attualissimo. Abbiamo sottolineato il passaggio  sui prodotti DOP ed i relativi Consorzi di tutela.

Buona lettura.

Ma che fastidio danno i produttori rurali?

di Michele Corti

Pubblicato in: Agricoltura è disegnare il cielo. Volume primo: Dall’era del petrolio a quella dei campi. L’Ecologist italiano, n. 7, dicembre 2007, pp. 219-223.

In un mercato alimentare fatto di nicchie, nicchione, micronicchie si potrebbe pensare che ci sia posto anche per le produzioni rurali, quelle ottenute con metodi naturali e artigianali. Dopo tutto, rispetto al mercato dei prodotti di massa, esse rappresentano una piccola fettina; che fastidio danno al sistema di produzione, trasformazione e distribuzione industriale del cibo? Sorprende, a prima vista, l’accanimento con il quale si cerca in tutti i modi di espellere dalla produzione agricola i piccoli produttori, i contadini, gli autentici pastori, gli autentici montanari. Lo si fa attraverso l’inasprimento delle normative igienico-sanitarie e degli adempimenti burocratici, ma anche un chiaro e discriminatorio orientamento della spesa pubblica per lo “sviluppo rurale” a favore dell’impresa agricola inserita nelle filiere agroindustriali nonchè delle grandi strutture di trasformazione che, cooperative o private che siano, operano secondo la medesima logica industriale.

Un chiaro esempio di questa ferrea logica è offerto dalle produzioni Dop. Le Dop nascono sulla base di “disciplinari” spesso ambigui, comunque “di manica larga”, che consentono alle unità industriali di adattare al prodotto le loro esigenze (e non già viceversa). L’area di un prodotto di montagna viene estesa alla pianura (o comunque ad una zona molto più estesa di quella nella quale il prodotto era realizzato tradizionalmente), per consentire, nel caso dei latticini, ai grossi caseifici di fregiarsi della Dop. Si consente a questo fine l’uso di latte pastorizzato, l’aggiunta di fermenti industriali al latte. (per il vino e altri prodotti valgono considerazioni del tutto analoghe). I Consorzi di tutela finiscono per tutelare sé stessi: più marchiano, più si produce e più possono pagare stipendi, accedere a finanziamenti pubblici, diventare piccoli (e meno piccoli) centri di potere autoreferenziali. Nei Consorzi pochi grandi produttori dettano la linea in sintonia i funzionari stipendiati. Danno fastidio i piccoli produttori che “fanno resistenza”, che rivendicano la primogenitura del prodotto, chiedono che le produzioni artigianali siano distinte, contestano il lassismo dei disciplinari a vantaggio della standardizzazione industriale. Contro di loro, come se non bastassero i bastoni tra le ruote della burocrazia, la poca comprensione dei veterinari, le difficoltà nell’accedere ai contributi, si applicano anche vere e proprie strategie del discredito (li si qualifica di “retrogradi”, “campanilisti”, “sporchi”). I motivi per i quali si persegue la sparizione dei piccoli produttori rurali sono diversi; alcuni più contingenti, altri strategici. Innanzitutto l’industria (più o meno camuffata da coop) vuole presentarsi come l’unica e legittima erede delle tradizioni rurali. Oggi (è il messaggio che si vuole imporre), non è più possibile produrre come “nell’età della pietra”; l’industria non solo garantisce igiene e qualità (tutto da verificare peraltro, come dimostrano i rischi di contaminazioni pericolose dovute all’eccesso di pulizia e di disinfezioni!), ma mediante tecnologie sofisticate, additivi, aromi artificiali e manipolazioni del caso è in grado di offrire un prodotto “quasi” buono (dice lei!). Non c’è impianto industriale (caseificio, cantina, salumificio) che non utilizzi nella comunicazione commerciale le più svariate icone della ruralità, che vanta lontane origini e cerca di avvalorarsi come unico e legittimo discendente delle “autentiche” tradizioni rurali locali, certo un po’ corrette e rivisitare per stare al passo con i tempi e i mercati (ci mancherebbe!), ma senza tradire (a loro detta) lo “spirito” della tradizione. 

Immaginate che fastidio per lor signori quando qualche contadino (peggio se associato) riesca a produrre con quei metodi, quegli strumenti, che l’industria vorrebbe far rivivere solo nelle brochure patinate, nei loghi aziendali, nell’arredo coreografico dei punti vendita aziendali. Se poi questo contadino “sta sul mercato” perché qualcuno riconosce ai suoi prodotti un prezzo molto più elevato che al prodotto industriale e, magari, vende tramite Internet allora il fastidio cresce. Il consumatore non può più bere la favola della “fedeltà alla tradizione”,fa confronti, verifica le differenze organolettiche e magari riceve anche informazioni su metodi di produzione, materie prime impiegate, rispetto di tradizioni e ambiente. L’esistenza stessa del prodotto rurale, qualora fuoriesca dalle cartoline dell’amarcord da fastidio perché dimostra che Davide, a volte, può veramente sfidare Golia, che una struttura di produzione e commercializzazione molto leggera e flessibile può dare dei punti a strutture industriali e di commercializzazione rigide, vincolate dai propri stessi numeri, dal peso degli investimenti e del management. La falsa razionalità industriale viene messa in discussione quando le filiere corte” dimostrano di essere più che un vezzo, ma una realtà che risponde all’esigenza di ridurre le dissipazioni energetiche. Perché prodotti mediocri e anonimi (formaggi freschi, yogurt) delle cooperative di trasformazione devono “penetrare” sui mercati nazionali della GDO viaggiando da un capo all’altro della penisola (un po’ come le acque minerali) sostenute da bassi prezzi che significano puntelli pubblici (a cominciare dai privilegi fiscali nazionali e locali oltre che dalle tante iniezioni di finanziamenti in conto capitale, sovvenzioni al trasporto del latte echi più ne ha ne metta) e - dulcis in fundo - bassa remunerazione per i conferenti spinti a produrre sempre di più senza troppo guardare a qualità, impatti ambientali, benessere animale?

Oggi, considerato il favore del pubblico per tutto quello che sa di “prodotto di campagna” si cerca di adottare oltre alla politica dei bastoni tra le ruote, della mancanza di sostegno, del discredito, una strategia più suadente e “buonista” nei confronti dei produttori rurali. E’ quella che li spinge a trasformarsi in “presepi”, in “baita di Heidi”, a trasformarsi in comparse dell’agricoltura contadina. Icone viventi, ma inoffensive, che si affiancano a quelle della comunicazione commerciale. Indurre a specializzarsi nella “fattoria didattica”, a vendere solo “marmellatine”, a trasformare l’allevamento in zoo-farm è l’ultima trovata di chi vuole disinnescare il rischio che i produttori rurali si raccordino tra loro, creino alleanze con i consumatori, creino mercati alternativi. Fate i bravi, ricavatevi la vostra nicchia, non mettetevi a contestare e avrete la vostra ricompensa. Questo il messaggio che le teste pensanti del produttivismo agricolo stanno facendo filtrare per blandire un potenziale settore di aziende rurali “scomode”. Le lobby dell’agribusiness e la politica da esse condizionata avversano i piccoli produttori e cercano di farli sparire o di trasformarli in “comparse” funzionali alla rappresentazione del rurale che fa comodo all’industria. I motivi contingenti di questa politica sono legati al rischio della messa in discussione dell’attuale modello agroindustriale, alla demistificazione del Mulino Bianco. Molto più gravi e preoccupanti appaiono le motivazioni strategiche. Innanzitutto c’è l’esigenza degli apparati del potere: economico-industiale, tecno-burocratici, di controllare ogni minuto aspetto della vita sociale. L’imposizione di procedure standardizzate, di sistemi di controllo informatizzati, di sistemi anagrafici mette in capo a chi controlla questi “sistemi esperti” un grande potere. Ogni cambiamento voluto dalla “stanza dei bottoni” può trasformarsi facilmente attraverso una catena di trasmissione piuttosto docile e verificabile negli effetti desiderati. Il controllo è facilitato dalle tecnologie: satelliti, microchips, reti telematiche, GPS ecc. Lo spazio per sottrarsi alle prescrizioni del sistema diventa sempre più ridotto. La produzione rurale è riottosa a questo controllo; lascia spazio alla manualità, a decisioni che dipendono dall’intuizione e non dall’applicazione di protocolli o dall’uso di applicazioni informatiche. La produzione rurale, oltre che non facilmente controllabile, è anche in larga misura autosufficiente rispetto alla dipendenza dagli input biotecnologici che la life science industry vorrebbe imporre ai sistemi agricoli planetari. Il successo delle biotecnologie è legato alla loro penetrazione compulsiva. L’accettazione da parte di produttori e consumatori degli OGM, come di altre biotecnologie, è fortemente legata al venir meno di alternative. Lo scambio di semi tra contadini, la riproduzione di animali al di fuori di schemi di selezione, manipolazione genetica e riproduttiva sappaiono eversivi rispetto a questo progetto. Esso può tanto più facilmente trionfare quanto meno produttori rurali sopravvivono e quanto più la produzione agroalimentare si concentra in poche imprese e in pochi distretti specializzati. L’affermazione di schemi in cui i produttori rurali e i consumatori costituiscono reti tra di loro, al di fuori dei circuiti agroindustriali e biotecnologici, mette a repentaglio il profitto del business e le sue prospettive future. Ma è tutto il patrimonio bioculturale dell’agricoltura dei “popoli indigeni” (compresi a pieno titolo i nostri pastori, contadini, malgari) a rappresentare un ostacolo sul cammino della dittatura alimentare e biotecnologia.

La distruzione di ogni saper fare pratico in campo alimentare (agricolo, ambientale, animale ecc.) trasforma il consumatore in un recettore sempre più passivo, alla mercè del sistema: campagne e montagne svuotate e megalopoli di milioni e decine di milioni di consumatori senza accesso a mezzi di produzione alimentare e anche a fonti autonome di rifornimento alimentare. Fantascienza? No è già la triste realtà di buona parte del pianeta. Non ci vuole molto a capire che prima o poi il consumatore stesso sarà geneticamente modificato per adattarsi alle nuove fonti di “cibo” che la razionalità tecnoindustrialscientifica riterrà di mettere a disposizione.

Chi è Michele Corti : http://www.ruralpini.it/Mi_presento.html

E’ docente a tempo definito presso l’Università degli Studi di Milano dove insegna Zootecnia di montagna. Di matrice accademica zootecnica ha sviluppato in anni recenti un profilo scientifico-professionale ruralista e si interessa di sistemi zootecnici alpini nella complessità dei loro aspetti tecnico-scientifici e socio-culturali.

Pubblicato da